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	<title>Il Cappio di Riccardo Cappello &#187; admin</title>
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	<description>Avvocato Riccardo Cappello</description>
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		<title>Come è cambiato il Corriere !!!</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jul 2012 16:08:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ci fu un periodo in cui il più diffuso quotidiano del Paese non era appiattito sulle posizioni degli ordini professionali tanto da invitarne i rappresentanti a “formulare proposte” escludendo quanti, tra gli iscritti, non condividono l’arroccamento della categoria e quanti, &#8230; <a href="http://ilcappio.com/?p=301">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Ci fu un periodo in cui il più diffuso quotidiano del Paese non era appiattito sulle posizioni degli ordini professionali tanto da invitarne i rappresentanti a “formulare proposte” escludendo quanti, tra gli iscritti, non condividono l’arroccamento della categoria e quanti, pagando le prestazioni ne consentono la sopravvivenza. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Da qualche tempo, purtroppo, il Corriere, fatta eccezione per gli editoriali e per i pochi articoli di personaggi troppo autorevoli per non essere autonomi, sembra aver perso la sua tradizionale neutralità per schierarsi a difesa del “vecchio” </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Auspicando un ritorno all’obiettività, e per sollecitarlo, abbiamo trovato ed inserito nella Rassegna Stampa del sito de “Il Cappio” alcuni articoli pubblicati dal Corriere della Sera nell’arco di tempo tra il 21 ottobre 1999 ed il 13 agosto 2007 a firma di Roberto Bagnoli nei quali traspare la volontà di far comprendere al lettore gli interessi in gioco e di dare spazio alle idee a prescindere dal numero dei portatori. </span></p>
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		<title>Albi e Deontologia</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jul 2012 10:42:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Esistono ancora Stati in cui  ogni categoria si fa le sue leggi, dispone, per applicarle, di una giurisdizione speciale ed esegue le sanzioni ? Ebbene sì e non si trova nel cuore dell’Africa ma in quello del Mediterraneo! Lo Stato &#8230; <a href="http://ilcappio.com/?p=292">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Esistono ancora Stati in cui  ogni categoria si fa le sue leggi, dispone, per applicarle, di una giurisdizione speciale ed esegue le sanzioni ? Ebbene sì e non si trova nel cuore dell’Africa ma in quello del Mediterraneo! Lo Stato italiano<span id="more-292"></span></p>
<p>affida all’ordine, attraverso la deontologia, la gestione dell’Albo e della vita sociale, familiare e lavorativa dell’iscritto. Il quale è indotto ad adeguarsi più alla legge della corporazione che a quella statale: la quale lascia correre tanto “come nella mafia, gli iscritti si uccidono tra loro”.</p>
<p><strong>Mentre </strong>Guido Alpa e Marina Calderone rispettivamente presidente del Cnf, e del Cup nel marzo 2012 affermavano che “le tariffe non esistono più perché abolite nel 2006”, dal<strong>le</strong> «lenzuolate» (decreto 223/2006 convertito con legge 248/2006) di Bersani, alcuni professionisti sono stati sanzionati per aver violato norme abrogate da un’espressa previsione legislativa. Infatti, il codice deontologico dell’avvocatura, modificato per recepire l’abolizione dei minimi tariffari e del divieto di pattuizione del compenso ha, in violazione della legge, introdotto il correttivo della proporzionalità, tra remunerazione e attività svolta, la cui determinazione è demandata agli ordini.</p>
<p>Così nel 2009 il Consiglio dell’Ordine di Trani, sanzionava un avvocato per aver pattuito con il proprio assistito, in aggiunta al compenso previsto, un supplemento di compenso” e sempre nel 2009 il Consiglio dell’Ordine di Brescia censurava due avvocati per aver aperto uno studio legale a Milano con una suggestiva denominazione (A.L.T.)  Il Consiglio Nazionale Forense, rigettava i ricorsi ritenendo sussistere la lesione del decoro e della dignità della professione da parte degli incolpati. Non restava, quindi, che la Cassazione. La quale a Sezioni Unite con sentenza n. 21585 del 19 ottobre 2011 nel primo caso e n. 23287 del 18.11.2010 nel secondo (il testo integrale in Leggi &amp; Sentenze), rammentava che “la fattispecie di illecito disciplinare definita mediante concetti giuridici indeterminati attribuisce all’organo decidente uno spazio di libera valutazione ed un margine di apprezzamento sottratto al controllo della Cassazione. La quale non può censurare nel merito le decisioni degli ordini forensi ne violare il perimetro di applicazione della norma preposta alla tutela del decoro e della dignità professionale”: la legislazione domestica prevale su una legge dello Stato ! La denuncia del mancato adeguamento dei codici deontologici alla normativa da parte dell’Antitrust produceva alcuna conseguenza pratica per cui i “custodi della legalità” continuano a vivere in una bolla al di fuori e al di sopra dalle regole. Ma, in uno stato democratico, contano più i diritti ed i doveri di cittadinanza di ciascuno o le rispettive appartenenze ?</p>
<p>Questi codici di autodisciplina, che sostituiscono il primato del diritto ed il principio di legalità, invece di avere ad oggetto esclusivamente i profili etici connessi al corretto espletamento della professione, tracimano, indebitamente, nei comportamenti economici degli iscritti limitandone la libertà di iniziativa economica. Non è sufficiente, quindi, separare le attività di gestione degli albi da quelle di verifica disciplinare ma è necessario chiarire il rapporto tra legislazione statale e deontologia e stabilire i limiti entro i quali quest’ultima può e debba operare. La confusione tra i due ambiti, unita alla maggiore rapidità della giustizia domestica, rafforza la dipendenza dal clan e allenta il legame con l’interesse pubblico generale e questo un Governo che voglia essere autorevole non può consentirlo !</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Gli ordini come metafora</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jun 2012 09:50:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Le cause remote della crisi che affligge la professione seguono un filo logico che unisce tutti i settori dell’economia italiana. Se con 240.000 iscritti all’albo forense importiamo consulenza legale, se non esiste la meritocrazia, se la burocrazia è pletorica e &#8230; <a href="http://ilcappio.com/?p=276">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Le cause remote della crisi che affligge la professione seguono un filo logico che unisce tutti i settori dell’economia italiana. Se con 240.000 iscritti all’albo forense importiamo consulenza legale, se non esiste la meritocrazia, se la burocrazia è pletorica e inefficiente, se<span id="more-276"></span></p>
<p>la culla del diritto ne è diventata la bara, se ogni legge che entra in Parlamento ne esce finendo col dare più potere a quelli cui avrebbe voluto ridurlo. Se, cioè, la vita italiana è costellata da tanti scandali che si ripropongono con ciclica periodicità e con ossessionante ripetitività, non può trattarsi di vicende svincolate tra loro ma deve ragionevolmente ritenersi che vi sia una radice comune che trascende i singoli «orticelli». La professione forense, quindi, per la sua strategicità, costituisce la metafora ideale per leggere le inefficienze del Paese e per capire i meccanismi e la difesa delle «specificità» in un mondo in cui ogni attività acquisisce valore se, e nella misura in cui, contribuisce alla crescita complessiva del sistema. Attraverso l’ordine forense si leggono le ragioni della crisi e i motivi che condannano l’Italia all’immobilismo.</p>
<p>Forse il peccato originale può rinvenirsi nell’innesto del collettivismo marxista nell’impianto corporativo fascista, da cui è nata quella concezione «organicistica» della società che condanna tutti a un’appartenenza, quel modello di sviluppo che, pur condannando i giovani all’emarginazione, viene impropriamente definito «sociale». Dalla concezione verticistica della società sono nate le categorie che imprigionano l’individuo, le imprese e le attività dentro «gabbie» all’interno delle quali la volontà del singolo si annacqua e si disperde. Ogni categoria cerca di accaparrarsi la maggior quota possibile di sovranità per gestirla a vantaggio della propria consorteria ed a spese della collettività. Man mano che il numero e il peso delle categorie aumenta si riducono gli spazi di libertà dell’individuo e di manovra della politica che, pur mantenendo l’arma legislativa, è schiacciata dal peso delle categorie ed è costretta, a subire il ricatto elettorale.</p>
<p>Lo Stato, quindi, sostituisce l’accordo con le categorie all’interesse generale per cui, quando la legittimazione a governare scaturisce dall’assenso delle categorie e non dal consenso elettorale, concertazione e corporativismo coincidono. Il cittadino vale secondo il peso che la corporazione di cui fa parte è in grado di esercitare per cui i «privi di appartenenza» non hanno alcun potere contrattuale e sono costretti a cercarsi un «padrino» se non vogliono restare esclusi per sempre.</p>
<p>Allo stato, quindi, ridimensionare i poteri di una sola categoria sarebbe ingiusto, punitivo e inutile. Infatti, la riduzione di costi per cittadini e imprese è esigua se si tolgono i privilegi ad un singolo ordine ma diventa consistente se riferita a tutti. Quindi, solo con un colpo netto e deciso è possibile spezzare la ragnatela corporativa, liberare la politica e rimettere al centro l’individuo. Il Governo avrebbe dovuto, a mio avviso, presentarsi in Parlamento con un pacchetto di proposte sul quale chiedere la fiducia, pronto a dimettersi se non l’avesse ottenuta. Invece il blitz non c’è stato e se Monti pensa di spuntarla con la competenza e la saggezza si accorgerà presto che gli effetti di quelle riforme, poche e contrattate, che il Governo è riuscito o riuscirà a realizzare, saranno facilmente neutralizzati dai professionisti dell’immobilismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Ordini e Semplificazione</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jun 2012 06:15:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Giorgi Squinzi, neopresidente di Confindustria, ha indicato nella semplificazione normativo burocratica, “madre di tutte le azioni che si devono fare per la crescita del Paese”, la priorità del suo mandato senza tener conto, che ogni semplificazione passa anche attraverso la &#8230; <a href="http://ilcappio.com/?p=272">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">Giorgi Squinzi, neopresidente di Confindustria, ha indicato nella semplificazione normativo burocratica, “madre di tutte le azioni che si devono fare per la crescita del Paese”, la priorità del suo mandato senza tener conto, che ogni semplificazione passa anche attraverso la ridefinizione e il ridimensionamento del ruolo degli ordini professionali<br />
<span id="more-272"></span><br />
Dietro ogni complicazione si annida troppa gente che “arrotonda” ed ogni intralcio rende indispensabile la ricerca di qualcuno in grado di agevolare la soluzione di problemi semplici che la legislazione rende complicati. Troppo spesso questi problemi si risolvono ricorrendo ad un iscritto all’albo professionale, che rimuove o aggira l’ostacolo in cambio del pagamento di una parcella, o ricorrendo a un amico o a un amico degli amici. I troppi vincoli, le autorizzazioni, le procedure burocratiche, create per proteggere dalla concorrenza gli interessi locali, soffocano la crescita dell’occupazione, fanno lievitare i prezzi e tengono gli investitori stranieri lontani dalla penisola. Il dedalo di competenze incrociate rappresentano nodi che non hanno ancora trovato chi li sappia, li voglia ed abbia il coraggio di scioglierli. Sono vincoli che solo una classe politica lungimirante disposta a pagare, nel breve periodo, un prezzo elevato in termini di consenso, potrebbe spezzare.<br />
Sono passati decenni da quando Guido Carli lamentava “i lacci e lacciuoli che impastoiano l’economia italiana” senza che nulla cambiasse. Da allora, per assecondare le richieste degli ordini, la discrezionalità politica ha incrementato i poteri della burocrazia per cui, per trovare soluzione a un problema semplice che la legislazione rende complicato, cittadini e imprese sono costretti a corrispondere un compenso per attività inutili o che potrebbero essere svolte da soggetti privi di competenze specifiche. Tra Ordini e complicazioni si configura un rapporto diretto per cui molti adempimenti sono previsti dalla legge al solo scopo di garantire un reddito ad alcune categorie sottraendo risorse alla collettività. Gli Ordini professionali ostacolano quindi, nell’interesse delle vittime, ogni iniziativa che possa sottrarre occasioni di lavoro agli iscritti. Si oppongono alla legge sull’indennizzo diretto, all’accorpamento dei Tribunali minori, alla Legge sulla Mediazione, all’abrogazione delle tariffe; ostacolano il funzionamento dello sportello unico e, addirittura, definiscono grave “la prospettiva di accordi tra imprese e P.A., che non preveda la loro presenza, per assicurare l’accelerazione degli adempimenti”. Così mentre per patrocinare avanti il Tribunale Penale Internazionale de L’Aia non è necessaria l’iscrizione ad alcun albo, per contestare una multa avanti il Giudice di Pace, è obbligatoria l’assistenza di un iscritto. Così, lo Stato impone alla collettività di farsi carico del decoro e della dignità di alcune categorie, alle quali attribuisce un monopolio su interi settori economici, rende indispensabile, per legge, la presenza del professionista e, invece di corrispondergli un compenso costringe cittadini e imprese a farlo in sua vece.<br />
Se Confindustria vorrà seriamente “rimuovere gli ostacoli che impediscono lo sviluppo del Paese” dovrà prepararsi ad una battaglia campale contro un nemico invisibile che opera dietro le quinte e non potrà prescindere dall’affrontare il problema degli ordini professionali che presidiano gli snodi istituzionali e normativi avversando ogni cambiamento. Fino ad oggi, nessun governo è riuscito ad eliminare questa zavorra burocratica che costa all’Italia 45 miliardi di euro in più rispetto agli altri partners europei. L’attuale congiuntura, con un Governo che conosce i problemi e non è condannato a perseguire il consenso, rappresenta l’occasione, giusta e difficilmente ripetibile, per cambiare l’assetto sociale del Paese rompendo le gabbie, rimettendo al centro l’individuo e liberandolo dalle categorie che lo opprimono. Il tempo sta per scadere, il momento è giusto e gli imprenditori italiani possono incalzare l’attuale governo e supportarne l’azione per realizzare il cambiamento. Non bisogna attendere a lungo per vedere fino a che punto Confindustria è disposta ad impegnarsi o se era la solita giaculatoria contro la burocrazia.</p>
</div>
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		<title>Casta Italia: La città degli Intoccabili</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 17:19:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sky TG 24 Al minuto 20 e 50 secondi interviente l&#8217;avvocato Riccardo Cappello]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sky TG 24</p>
<p>Al minuto 20 e 50 secondi interviente l&#8217;avvocato Riccardo Cappello</p>
<p><iframe src="http://videoplatform.sky.it/player/videoplayer_embed.swf?id=118470" frameborder="0" width="640" height="365"></iframe></p>
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		<title>Ma i diritti sono merce?</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 08:53:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Come non si possono identificare le istituzioni con chi le rappresenta, così non si possono confondere i diritti con gli avvocati che, interpretandoli in cambio di un corrispettivo, hanno trasformato i principi in merce, rendendoli un bene di consumo acquistabile &#8230; <a href="http://ilcappio.com/?p=233">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">
<p>Come non si possono identificare le istituzioni con chi le rappresenta, così non si possono confondere i diritti con gli avvocati che, interpretandoli in cambio di un corrispettivo, hanno trasformato i principi in merce, rendendoli un bene di consumo acquistabile sul mercato delle regole come qualsiasi altra forma di competenza</p>
<p><span id="more-233"></span></p>
<p>La professione legale, quindi, non differisce da nessun altra attività economica e l’avvocato non è un sacerdote, anche se, nel segreto dello studio, ottiene la confessione dei peccati del cliente e, senza il pentimento ma previo il pagamento di una parcella, lo aiuta ad aggirare la legislazione terrena. L’idea ottocentesca che per lungo tempo ha contrapposto la borghesia intellettuale a quella manifatturiera è ormai da tempo tramontata per cui è ridicolo sostenere che un imprenditore è meno qualificato di un professionista e non è in grado di scegliersi l’avvocato. Il quale, nonostante i profondi cambiamenti socio-economici intervenuti, rifiuta di modellare la sua identità professionale sul mercato, pretende che la sua competenza sia data per scontata e si ostina a non capire che, se vuol sopravvivere, deve adeguare la sua condotta alle regole del mercato. Con la totale cancellazione delle tariffe, operata dal governo Monti, è crollato il pilastro che consentiva di sostenere che l’avvocato, contraendo verso il cliente un’obbligazione di mezzi e non di risultato, non svolgeva attività d’impresa. Invece, la sistematica interferenza tra diritto ed economia, obbliga lo studio legale ad operare secondo parametri imprenditoriali per fare fronte ai costi sempre più elevati delle strutture ed alle esigenze di una clientela che vuol conoscere come e dove sia stata acquisita la preparazione, vuole controllare la predisposizione dei percorsi formativi e verificare periodicamente la professionalità. Dovrebbero essere gli stessi ordini a sottoporre i metodi di accreditamento al controllo dei fruitori delle prestazioni per dare maggiore credibilità ed affidabilità agli iscritti e per evitare che la clientela possa nutrire il dubbio che esistano angoli di opacità nella gestione del servizio. L’intervento di soggetti esterni non è un pericolo da scongiurare ma un obiettivo da perseguire. Mentre anche i ristoratori hanno reso visibile l’operato dei cuochi per<br />
rassicurare i clienti sulla genuinità delle pietanze, l’avvocato pretende, nel terzo millennio e senza il timore di essere sommerso da una montagna di risate, di rispondere solo alla sua coscienza e di appartenere ad una categoria privilegiata della cui dignità e del cui decoro deve farsi carico la collettività. Purtroppo, in nome di un passato che non passa e dell’orgogliosa rivendicazione di un’inesistente superiorità, chi è insediato ai vertici della categoria infiamma la platea, suscita l’emotività e annulla il raziocinio, mantenendo un immobilismo che gli garantisce di restarci. Demonizzare l’equiparazione dell’esercizio professionale all’attività d’impresa e la ricerca del profitto significa ignorare una realtà nella quale almeno un terzo dei 240.000 iscritti combatte ogni giorno per la sopravvivenza, anche se non ha il coraggio di dire cose diverse dal referente nel timore di ritorsioni. E questa paura è comprensibile alla luce di rapide e pesanti sanzioni nei confronti di chi applica prezzi troppo economici e, talvolta, deve assistere ad una giustizia blanda e lenta applicata ai responsabili di reati penalmente perseguibili.<br />
Decine di migliaia di questi giovani potrebbero trovare spazi professionali e gratificazioni economiche se si consentisse, come già avviene in Inghilterra, l’apertura di punti di consulenza legale all’interno delle catene della grande distribuzione ma nessuno osa affermare pubblicamente queste opportunità. Ma è giusto far pagare ai giovani il decoro dei vecchi ?</p>
</div>
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