Eliminare gli albi per fare largo ai giovani

Quando l’estro degli italiani può esprimersi liberamente senza essere inquinato dalla politica o imbrigliato dalla burocrazia riesce ad imporsi ed a raggiungere l’eccellenza. Così, anche se non esiste un albo, e forse proprio per questo, il Comitato dell’Unesco, ha deciso all’unanimità di annoverare «L’arte dei pizzaiuoli napoletani» nella Lista dei patrimoni dell’Umanità, riconoscendo come la creatività alimentare della comunità napoletana sia unica al mondo. Per l’Unesco “il know-how culinario legato alla produzione della pizza è un indiscutibile patrimonio culturale … Partendo dai quartieri poveri di Napoli, la tradizione culinaria si è profondamente radicata nella vita quotidiana della comunità. Per molti giovani praticanti, diventare Pizzaiuolo rappresenta anche un modo per evitare la marginalità sociale“. Esulta il ministro delle Politiche Agricole twittando “Vittoria!L’Unesco ha voluto riconoscere quale patrimonio dell’umanità la creatività dei pizzaiuoli che hanno saputo trasformare elementi basici come l’acqua e la farina in una creazione di incredibile valore culturale che rappresenta l’Italia nel mondo”. Ed esultano anche quei politici che, trasversalmente d’accordo, da anni sostengono che il pizzaiolo è “un lavoratore fantasma privo di titoli giuridicamente efficaci” e che “fare la pizza è un’arte che non può essere esercitata senza un attestato di competenza rilasciato da  organismi associativi di pizzaioli, riconosciuti dal Ministro dello sviluppo economico”. Questo riconoscimento evidenzia come statalizzare le attività si traduca nel regalare a pochi soggetti il business della formazione, complicare la vita ai pizzaioli e creare “la casta della pizza” da mettere, ovviamente, sotto il tallone della politica. La quale, inquadrando ogni attività in una corrispondente figura giuridica, persegue il consenso infischiandosene dei pizzaioli e degli interessi del Paese

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