E se i poteri forti fossero gli ordini professionali ?

Questi reperti archeologici, dislocati nelle aree in cui maggiore è l’interferenza tra politica, diritto, economia e società civile rappresentano un limite alla libertà d’impresa e un danno per la collettività. È inconcepibile che ancora esistano strutture che gestiscono in regime di monopolio intere aree economiche in modo privatistico al riparo di un inesistente ruolo pubblico. Il “cambiamento” passa dalla liberalizzazione degli ordini professionali che costituiscono il più grosso ostacolo sulla strada della democrazia.

Essi non garantiscono la qualità delle prestazioni, viste le modalità con cui si acquisiscono i crediti formativi (ai partecipanti alla Conferenza dell’Organismo Unitario dell’Avvocatura svoltasi all’hotel Hilton di Roma ne sono stati attribuiti 16 crediti sui 32 annui necessari per mantenere l’iscrizione). Così chi frequenta un master alla London School of Economics ma non gli eventi qualificati come formativi dall’ordine può essere cancellato dall’albo con la conseguente perdita del lavoro. Non servono ai cittadini costretti ad avvalersi delle prestazioni di un iscritto all’albo il cui intervento è imposto per legge al solo scopo di distribuire soldi ad una categoria sottraendoli alla collettività. Non servono, anzi ostacolano, i giovani che cercano di farsi largo nella giungla delle clientele. Non servono a garantire l’etica professionale, visto che la deontologia è spesso usata per sottrarre il professionista alla giustizia ordinaria. Gli ordini spacciano il loro interesse a perpetuarsi con l’interesse generale sperando che il cittadino sia tanto idiota da fare chilometri per comprare un’aspirina, credendo sia nel suo interesse l’esistenza di un numero limitato di farmacie. Anche se sembra folle pensarlo esiste ancora la pianta organica ! Ormai gli ordini servono solo ai vertici per occupare poltrone, ottenere rimborsi spese, entrare in un rapporto di scambio con la politica usando la carica per acquisire visibilità, influenza e clienti. Nel 2016, ad esempio, l’avvocatura ha stanziato 1.200.000 euro per le indennità dei consiglieri ed ha investito 1.100.000 euro in un’iniziativa editoriale sulla cui legittimità il nuovo Ministro della Giustizia farebbe bene ad indagare. Risparmiandoci le giaculatorie del “senso di responsabilità” che vi costringe a restare al vostro posto e prima che questo sistema sia spazzato via dalla globalizzazione, i vertici potrebbero, rimettere gli elenchi al ministero della Giustizia guadagnandosi la gratitudine degli iscritti e dei cittadini. Ci penseranno libere associazioni a garantire la correttezza professionale. E lo faranno meglio di come sia stato fatto finora.

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