Rimettere al centro l’individuo ? Roba da ridere !

Le professioni, sono la metafora di un Paese allergico al mercato, aree protette che vivono e prosperano nei corridoi coperti tra una società sempre più moderna ed uno Stato sempre più inefficiente. Lo Stato, per ottenere l’aggregazione preventiva del consenso, ordina gerarchicamente le categorie affidando loro il monopolio della rappresentanza dei rispettivi settori di attività e parte della sua autorità decisionale ma le tiene sotto tiro con l’arma legislativa.  Chi è

insediato al vertice compra la fedeltà di queste fazioni costringendo cittadini e imprese a servirsi dell’iscritto ad un albo per attività, spesso inutili, imposte per legge al solo fine di distribuire soldi ad una categoria sottraendoli alla collettività: tasse occulte che, spesso, non sono percepite come tali. Gli ordini, quindi, premono sul potere politico per conseguire vantaggi, da distribuire all’interno della categoria, in proporzione al sostegno che ciascuno degli iscritti assicura al vertice. Si tratta di corporazioni i cui interessi particolari contrastano con l’interesse generale. Infatti la Gran Bretagna, all’inizio del XIX secolo, ha vietato che i cittadini potessero essere costretti a far parte di clubs o associazioni. In Italia, invece, si èsiste solo in virtù di un’affiliazione, è obbligatoria l’iscrizione ad un albo per l’esercizio  di molte attività ed è ancora in vigore il numero chiuso e la pianta organica. Non solo. Ogni associazione è investita di poteri nei confronti di tutti gli appartenenti alla categoria ed è sottoposta al controllo dello statale: un pastore per ogni gregge che realizza un corporativismo integrale. La politica, quindi, non decide nell’interesse generale ma sotto il ricatto degli ordini che minacciano di spostare i propri voti, di sospendere il sostegno finanziario e che sono, addirittura entrati nella carta stampata per orientare l’opinione pubblica.  È la fine del pluralismo e della democrazia in cui le categorie dovrebbero restare esterne al processo politico. Così, il pastore del gregge forense ha esultato alla pubblicazione della sentenza della Suprema Corte che sancisce il divieto di liquidazione dei compensi sotto i minimi previsti dai parametri consentendo all’avvocato di percepire, per le sue prestazioni, un compenso “equo e conforme al decoro professionale”. Rinascono le tariffe per impedir ai giovani di usare lo strumento del prezzo per sottrarre la clientela a chi già la detiene.

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